domenica 7 giugno 2020

Massimo Carminati er cecato

Massimo Carminati “er cecato”.

Massimo Carminati criminale di estrema destra ed esponente del gruppo eversivo d’ispirazione neofascista Nuclei Armati Rivoluzionari poi legato all’organizzazione mafiosa romana della Banda della Magliana fino a Mafia Capitale.

C’è stato un tempo, non molti anni fa, in cui la capitale d’Italia era una torta divisa in quattro spicchi e ogni spicchio aveva il suo re. Era il tempo in cui gli uomini della banda che aveva messo in ginocchio la città per vent’anni erano morti o sepolti dietro le sbarre. Roma era diventata terra di nessuno, facile preda di nuove orde di barbari pronti all’assalto con uomini e camper, due famiglie di nomadi e briganti: i Fasciani partiti da Ostia, si sono presi il quadrante a sud-ovest e i Casamonica, abruzzesi d’origine, gli è bastato un passo per prendersi la fetta nordoccidentale, dai Castelli al Mandrione. A sud-est si ferma il napoletano Michele Senese che più che un nome è un simbolo di derivazione camorristica ma chi si è preso la fetta più grossa della torta e per anni ha inzuppato il pane dei suoi affari nel piatto principale della capitale è Massimo Carminati. Al cuore della città, in Campidoglio, ci è arrivato con anni di onorata carriera criminale, ultimo erede della banda della Magliana nelle stanze del potere entrato dalla porta principale perché lui della città conosce miracoli, uomini e soprattutto segreti.

Nel dizionario storico dei blasoni delle famiglie nobili delle famiglie e notabili italiane il blasone dei Carminati è diviso in due settori in quello superiore c’è un Aquila Nera con le ali spiegate su fondo d’oro nell’altra metà invece su fondo rosso c’è un carretto d’oro. La blasonata famiglia Carminati ha origine nella Val Brembana una Cupa Valle delle Prealpi bergamasche attorno all’anno mille i Carminati possedevano La Rocca di Ca Eminente un castello sul monte Ubione come in tutte le famiglie di Antica nobiltà i maschi della dinastia erano facinorosi e belligeranti in seguito nel corso dei secoli i Carminati si diramarono in altre parti d’Italia alcuni continuando la tradizione bellicosa per esempio arruolandosi tra i mille al seguito di Garibaldi altri invece divennero famosi intagliatori e decoratori. Nel Dna di Massimo Carminati il boss passato dai Nar alla banda della Magliana al processo di mafia capitale deve esserci traccia del ramo più acerrimo e bellicoso delle centinaia di Carminati discendenti da quei conti della Val Brembana 

Massimo Carminati

Nato a Milano nel 1958, Carminati si trasferisce al seguito dei genitori a Roma, siamo negli anni 60 i tre Carminati, Massimo, Micaela e Sergio crescono uniti ma Massimo rimane impigliato in una serie di amicizie scolastiche e frequentazioni strane. il senso della famiglia però gli resterà sempre, il fratello che lo difende con veemenza persino dagli attacchi su Facebook da Alessandro Di Battista deputato dei 5 Stelle che lo chiama col soprannome er cecato, scrive “chiedo gentilmente di chiamare con il suo nome e cognome mio fratello Massimo evitando inutili appellativi”. La sorella Manuela lo va a trovare in carcere con la compagna Alessia Marini che Carminati ama teneramente. E poi il figlio Andrea, in una intercettazione si preoccupa che mangi abbastanza perché l’ha visto troppo magro e poi che studi l’inglese per poter accedere a un master. Si preoccupa anche di essere stato arrestato con i mitra spianati davanti al figlio, cosa che potrebbe, secondo Carminati, avergli procurato quei problemi psicologici in cui il figlio pare impigliato e per cui il boss vorrebbe che ci si rivolgesse a una sua amica psicologa che lavora nell’ ospedale di Sant’Andrea.

Massimo Carminati è cresciuto nelle strade di Roma, le scuole private nel quartiere di Monteverde l’amicizia indissolubile con chi, Alessandro AlibrandiFranco AnselmiValerio Fioravanti, insieme a lui sì divideva tra le aule dell’Istituto paritario Monsignor Tozzi, le sedi del Movimento Sociale Italiano, la militanza nel FUAN (il fronte studentesco della destra missina) tra scontri di piazza, pestaggi, rapine di autofinanziamento in nome dell’idea. Carminati all’epoca si incontrava spesso con i suoi camerati al Fungo, una torre altissima nel quartiere EUR, con un cappello in testa, anche allora era un ristorante (ma era nato come serbatoio d’acqua). Sotto quel serbatoio scorrevano vite ad alto rischio, il bar del Fungo è il luogo di incontro per criminali stagionati e terroristi in erba; NAR e banditi si incontravano proprio lì, stesse moto e stesse macchine che nascondevano le stesse armi. Ragazzi criminali che coltivavano il loro bisogno di combattere. La voglia di guerra, stare in prima linea è un’esigenza. Alfredo GranitiDomenico Magnetta e Massimo Carminati vogliono un fronte su cui combattere e un giorno del 1980 lo individuano in Libano, i falangisti cristiano maroniti stanno combattendo una guerra civile contro i fratelli filo palestinesi, è una guerra inutile ma è una guerra, c’è il sangue che scorre, un richiamo troppo forte e allora decidono di partire. Tornano a Roma qualche settimana prima del massacro di Sabra e Shatila, una pagina di storia ancora inzuppata di sangue.

Nel 1979, con la liberazione di Paolo Aleandri, il ventunenne Massimo Carminati compie un salto nella sua carriera criminale guadagnando un credito di reputazione sia con gli elementi della banda della Magliana sia con quelli della Destra eversiva. Le cose andarono così: questo Paolo Aleandri di 3 anni più vecchio di Carminati era un ex militante di Ordine Nuovo e tra i fondatori di Costruiamo l’Azione, una formazione terroristica costruita su idea del criminologo nero Aldo Semerari come organizzazione di scambio di favori con la Banda della Magliana. Aleandri frequentava una specie di scuola fondata da Semerari in una villa in provincia di Rieti, là i boss della malavita venivano istruiti con qualche nozione ideologica politica mentre ai ragazzini neofascisti si insegnava a confezionare bombe. Aleandri era stato però accusato da Danilo Abbruciati e dai suoi soci di aver rubato uno zaino pieno di armi che gli erano state date in consegna dai boss della Magliana. Durante una spiegazione con elementi della banda, in Piazzale Clodio, che gli chiedevano dove fossero finite le armi, non era riuscito a dare risposte convincenti. Era dunque stato rapito e sarebbe stato sicuramente ucciso se non fosse entrato in gioco Carminati che, consegnando alla banda due mitra Mab 38/42 e altre armi, uno scambio ritenuto vantaggioso rispetto alle armi scomparse, ottenne la liberazione. Secondo il racconto fatto da Maurizio Abbatino nel processo alla banda della Magliana del 1992, Aleandri, con i cerotti sugli occhiali, fu tenuto diversi giorni in un covo di Acilia finché appunto, il provvido Carminati alla stazione di Trastevere, consegnò alla banda il nuovo borsone di armi.

La rapina alla Manhattan Chase Bank dell’EUR dona un alone di leggenda alle impresa di Carminati e dei Nar. Mezzo miliardo di lire, all’epoca, erano un sacco di soldi ma era però la scelta dell’obiettivo ad essere mitologica: la banca di Rockfeller con i soldi dell’amministrazione Carter e dello Scià di Persia. In realtà non era per quello che Carminati e gli altri l’avevano scelta ma perché, spiega Giusva Fioravanti, avevano dei complici all’interno. Racconta così la rapina Ugo Maria Tassinari sul suo sito di controinformazione: “ l’azione scatta alle 7:00 del mattino del 27 novembre 1979 quando Giuseppe Bianciardi, il responsabile del personale di pulizia della Chase Manhattan Bank di piazzale Marconi trova all’ingresso dell’Istituto un uomo della Security mai visto prima, l’uomo della Security gli dice ‘sostituisco il vostro vigilante che oggi non si sente bene’ ma appena Bianciardi insieme a due donne delle pulizie entra in banca, la guardia giurata tira fuori la pistola e immobilizza i tre dipendenti. A ruota, dietro di lui, spuntano tre uomini armati che si incaricano di legare e imbavagliare gli impiegati di sportelli presenti quel momento. Attirati dai rumori arrivano anche il direttore e il vice direttore della filiale accompagnati da due cassieri i quali sotto la minaccia delle armi sono costretti ad aprire la cassaforte e a disattivare gli impianti di allarme. I quattro se ne vanno con un borsone pieno di soldi e Travel cheque. Massimo Carminati è alla guida della macchina della fuga”.

Franco Giuseppucci

Nella linea del racconto questo è il momento dell’incontro con Franco Giuseppucci, il negro della banda della Magliana, Carminati porta a lui i Travel check della rapina per riciclarli perchè molto probabilmente già si conoscevano da tempo anche perché quando Giuseppucci, cinematograficamente il libanese, viene ucciso a Trastevere, Carminati è il primo a imboccare la via della vendetta. Furono i Proietti i killer di Giuseppucci, la vendetta era un obbligo ma sugli atti della vendetta, in tribunale, molti anni dopo, si consuma un faccia a faccia che chiarisce più di tante scene da film la natura dei rapporti tra criminali di alto rango; il processo e quello Maxi alla banda della Magliana, Carminati è dietro le sbarre, ce lo ha mandato con le sue dichiarazioni da pentito un pezzo da novanta, Maurizio Abbatino che ora è di fronte a lui e lo accusa dell’omicidio di due ragazzi uccisi, dice lui, per sbaglio da Massimo Carminati perché scambiati per i Proietti. Questa è l’accusa di Abbatino ma Carminati di fronte a lui dice “io ho un alibi di ferro, ero ricoverato all’ospedale Militare del Celio e li di guardia ci sono i carabinieri e alla sera, alle 23.00 c’è il contrappello, mica non ti puoi far trovare…

Maurizio Abbatino

Secondo Maurizio Abbatino, Carminati era grande amico di Danilo Abbruciati e con lui andò negli scantinati del Ministero della Sanità a prelevare, tra le armi la nascoste, uno dei due mitra Mab oggetto dello scambio con il sequestrato Aleandri. Anche un altro dei pentiti della banda della Magliana Antonio Mancini dichiarò in un’intervista del 2014 al Fatto Quotidiano che conosceva Carminati da quando aveva tutti e due gli occhi buoni, prima di vederlo dice “ne conoscevo la fama, era tenuto in considerazione da tutti, mi raccontavano di un suo omicidio a un tabaccaio su ordine di Giuseppucci”. Poi un’altra volta De Pedis mi disse che era stato sempre Carminati a far parte del commando che ha ammazzato Pecorelli, ossia giornalista ucciso nel 1979”. Si intuiva la stoffa del leader? gli chiede il giornalista Alessandro Ferrucci: “inizialmente no, per me era un ragazzo d’azione ma è stato bravo a riempire il vuoto lasciato da Renatino De Pedis dopo la sua morte. Carminati è l’erede di De Pedis perché di tutti gli altri che c’erano attorno a Renato era l’unico ad avere lo spessore giusto, chiamava De Pedis Presidente, ci sono le intercettazioni a raccontarlo, ed era l’unico a poter riacchiappare i fili delle varie componenti. Ha presente quante e quali prove avevano su di lui rispetto all’omicidio Pecorelli? chiunque altro, me compreso, sarebbe stato condannato”. De Pedis cosa diceva di Carminati? chiede ancora il giornalista: “Innamorato. Si fidava di tutto, ma non solo Renato, anche gli altri boss lo adoravano nonostante fosse un ragazzetto”.

Quando viene emesso il primo decreto di cattura nei suoi confronti Massimo Carminati ha solo 23 anni, è il 1981 ed è accusato di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata per la sua militanza nei Nar, oltre che di possesso di armi da guerra. Un curriculum che gli riserverà un posto d’onore in tutti i processi più importanti della storia d’Italia, dal delitto Pecorelli al depistaggio per la strage di Bologna, al delitto Iaio e Tinelli per non parlare delle rapine, delle bombe e della guerra in Libano. Ce n’è abbastanza per andare in carcere a vita ma la sua strada sarà lastricata più da assoluzioni che da condanne.

I Nar decidono dunque di farlo espatriare in Svizzera. Carminati si organizza la sera della sua fuga con altre due persone in piazzale Lagosta a Milano, Domenico Maietta e Alfredo Graniti. Luca Rinaldi, su Lettera43, li descrive così: il primo, foggiano trapiantato a Milano, oggi in prima linea “in più” associazione di imprenditori professionisti nata in seno alla Lega Bossiana e voce assidua di Radio Padania, Graniti invece, grande vecchio della destra estrema è tra gli animatori della rinascita di Avanguardia Nazionale in quel di Bergamo. Insieme a Carminati dovranno portare denaro, circa 14 milioni di lire, in una banca elvetica ma qualcosa va storto, al valico Italo svizzero di Gaggiolo, in provincia di Varese, i tre vengono bloccati dalla Digos. La Renault 5 Azzurra che viaggia a fari spenti la stanno aspettando da giorni.

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.

Fresco di pentimento, era stato arrestato solo l’ 8 aprile del 1981, il membro dei Nar Cristiano Fioravanti, fratello di Giusva, sarebbe stato responsabile della soffiata che aveva portato alla sparatoria del 20 aprile 81. E’ su sua indicazione che le forze dell’ordine al valico di Gaggiolo cercavano i capi superstiti dei Nar ossia la compagna di Valerio FioravantiFrancesca Mambro oltre a Giorgio Vale e Gilberto Cavallini. Oggi la Mambro e Giusva Fioravanti sono liberi, hanno chiuso i loro conti con la giustizia italiana, si sono sposati, hanno una figlia e magari puoi incontrarli a passeggio per Roma. I due non sono mai stati collaboratori di giustizia, si sono solo ravveduti senza tradire i compari mentre Cristiano Fioravanti, l’anello debole della catena, dopo il pentimento e un breve periodo di carcere, vive con una nuova identità sotto protezione.

Sulla sparatoria in cui ha perso l’occhio, Massimo Carminati dice “non sono andato a lamentarmi, a piagnucolare, mi sono fatto la mia galera e 40 interventi di ricostruzione”. Dopo la sparatoria a Gaggiolo, Carminati viene portato d’urgenza all’ospedale di Varese nel reparto di neurochirurgia e secondo l’avvocato Maso, intervistato dagli autori del libro destra estrema e criminale a salvargli la vita sarebbe stato il gesto impulsivo di un giovane medico che, viste le condizioni di Carminati con il proiettile che quasi giunto al cervello attraverso l’occhio, decide di estrarlo subito a mani nude. Detenuto poi a Regina Coeli Carminati subirà diversi interventi chirurgici che non riusciranno però a salvargli l’occhio e sarà espiantato. Le sue condizioni saranno oggetto di una battaglia dell’allora Partito Radicale che organizza una conferenza stampa per denunciare l’impossibilità della detenzione di Carminati. La campagna di sensibilizzazione funziona e a  Carminati viene concessa la libertà provvisoria. La storia finisce così, con una benda sull’occhio; da oggi in poi Massimo Carminati diventa er cecato ma sono pochi che si possono permettere di chiamarlo così, i più ne hanno paura perché da ora in poi per Carminati, bandito e terrorista nero c’è anche la definizione di sopravvissuto. Sopravvissuto non solo ai conflitti a fuoco ma anche alle sentenze e ai Tribunali.

È solo nel 1987 che arriva la prima condanna per la carriera criminale di Massimo Carminati. Ha 29 anni ma è sulla piazza dell’illegalità già da 15 anni, secondo Valerio Fioravanti, Carminati è “uno che non vuole porsi limiti nella sua vita spericolata, pronto a sequestrare, uccidere, rapinare. Partecipare a giri di droga, scommesse e usura”. Ma la condanna arriva invece per la rapina alla filiale della Chase Manhattan Bank dell’EUR commessa nel 1979 assieme ad alcuni elementi dei NAR e di avanguardia Nazionale tra cui Giusva Fioravanti. La condanna è a 3 anni e mezzo di reclusione ma tra ben due indulti e sconti di pena, Carminati tornerà libero. “Una vita criminale piena di ingorghi giudiziari ad alta densità di traffico sempre sciolti con il semaforo verde” così lo descrive il giudice Otello Lupacchini che più volte lo ha indagato e interrogato.

Carminati è un ragazzino milanese, un pesce fuor d’acqua, che approda a Roma e trova accoglienza e sostegno in un gruppo di adolescenti neofascisti conosciuti a scuola. In breve diventa un gradasso, un facinoroso e violento pazzoide convinto che ci sia una giustizia superiore che lui trova nel sostegno alla causa neofascista. Nelle intercettazioni raccolte dagli investigatori nel 2014 per il processo mafia capitale si trovano le confidenze di un uomo di 56 anni che guarda al passato e, rievocandolo con orgoglio, come fosse una prodezza, racconta parlando ad un giovane della destra radicale di oggi:  “Mo li vedi i pischelli di 18 anni cò a birretta in mano, sò creature. A me m’hanno bruciato casa due volte, vivevi con l’estintore, ti aspettavano. A 14 anni avevo la pistola, una 7,65 che ho pagato ventimila lire. Ci andavo a scuola con la pistola, col vespone. Erano altri tempi, adesso ti carcerano subito”. Poiché la sua vita l’ha buttata via e l’ha anche fatta buttare a chi ha ucciso, non gli resta che vantare una sua filosofia della morte un coraggio shock, con disprezzo della vita. In un’altra intercettazione dice: “tanto io mi faccio cremare, io mi faccio buttare nel cesso. Lascio in giro soltanto un pollice, voglio lasciare in giro un pollice così magari quando, dopo che sono morto, fanno qualche ditata su qualche rapina, su qualche reato, così dicono che sono ancora vivo. A me non mi frega un cazzo della vita”.

I suoi avvocati non si sono mai annoiati tra furti, rapine, associazione mafiosa e qualche omicidio comune, ma nel carnet delle ipotesi e delle piste mancano due delitti politici, sarebbero stati commessi con armi particolari, armi che provenivano dal deposito in fondo al Ministero della Sanità in via Listz, all’Eur, la Santa Barbara della banda della Magliana e lui ha le chiavi. Per quelli della Banda della Magliana ce l’aveva Claudio Sicilia, per i Nar, Carminati. Ad accusarlo sono quasi tutti gli uomini della banda, da Antonio Mancini a Maurizio Abbatino, il pentito che per primo collega il suo nome al depistaggio nelle indagini sulla strage di Bologna. Il terrorismo stava perdendo, le stragi di Stato o neofasciste che fossero erano alle spalle, si entrava negli anni ottanta, quelli del disimpegno e del reflusso dopo i cosiddetti anni di piombo e quella strage invece ci risucchiava all’indietro. Nella strategia della tensione, nella ricerca infruttuosa dei colpevoli, nell’assurdità odiosa e insopportabile di colpire nel mucchio, tra chi andava o tornava dalle vacanze, tra i pendolari della pacciosa stazione di Bologna. Qualcosa di spaventosamente indimenticabile andava a distruggere quella città: una bomba nascosta in una valigia ed esplosa alle 10:25 del mattino. Una bomba che uccise 85 persone e ne ferì e mutilò altre 200.

La prima ipotesi sulla strage di Bologna fu che era colpa di una vecchia caldaia che stava nei sotterranei della stazione, non fu qualche mitomane a tirarla fuori ma, congiuntamente il governo di Francesco Cossiga e i vertici della polizia. Si trattò dell’inizio del depistaggio questa versione dura giusto il tempo di effettuare le prime perizie e quando si capì che era stata una bomba, o per meglio dire, quando diventò impossibile raccontare il contrario, arrivarono rivendicazioni a raffica e altrettante smentite sia dei Nar che delle Brigate Rosse. Stranamente la prima telefonata attribuita ai neofascisti, si scoprì poi che partiva dalla sede fiorentina del servizio segreto militare. C’era comunque già un’indagine in corso sul terrorismo nero per la strage del treno Italicus, nonché numerosi rapporti della Digos sulla formazione ordine nuovo di Franco Freda. Le indagini continuarono in quella direzione, il 28 agosto la Procura di Bologna emise 28 ordini di cattura nei confronti di militanti neofascisti dei nuclei armati rivoluzionari, di terza posizione, del Movimento rivoluzionario Popolare e a questi si aggiunsero altri per un totale di 50 tutti però saranno scarcerati nel 1981.

Otello Lupacchini

Erano gli anni in cui i depistaggi facevano strage di processi, esplodevano all’improvviso come le bombe sui treni e quando la polvere delle macerie ricadeva, imputati e piste investigative erano insabbiate. Mesi di interrogatori ed indagini ormai vicini al traguardo sepolte per sempre, poi anni e anni a spazzare la sabbia fino al primo rigurgito di coscienza che in genere coincide con la morte di qualche coinvolto eccellente, successe anche al processo per la strage di Bologna, la tangenziale per depistaggio si apre e si chiude, è l’ingorgo giudiziario di Carminati che finisce con un altro semaforo verde. Il giudice Otello Lupacchini è il magistrato che più di tutti ha indagato e interrogato Carminati ma a quel tempo è come un vigile urbano a cui tolgono paletta e fischietto.

Ma il bandito nero entra in un altro caso misterioso. Nei libri di storia quelli vengono chiamati anni di piombo: il 16 marzo 1978 viene rapito il capo della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Lo hanno rapito i brigatisti rossi, la tensione è alle stelle e Roma è una città in guerra ed allora l’attenzione si sposta su Milano, Carminati si rifugia proprio lì.

Il centro sociale Leoncavallo, che occupava abusivamente uno stabile degli immobiliaristi Cabassi, era un luogo di aggregazione sociale ultra noto anche fuori di Milano e di cui si parlava da anni. Lì si facevano concerti, si svolgevano corsi gratuiti di artigianato, c’erano gruppi di auto-aiuto, era insomma una realtà molto radicata nel quartiere del Casoretto, una periferia distante solo tre o quattro fermate della linea uno del metrò dal centro della città. L’assassinio di due ragazzi che lo frequentavano Iaio e Fausto assassinio avvenuto nel 78 aveva oltretutto reso il Leoncavallo un luogo mitico con i suoi eroi resi icona delle battaglie movimentiste fra cui quella contro lo spaccio di droga. Iaio e Fausto vennero colpiti da 8 colpi di pistola e l’omicidio fu rivendicato da varie sigle neofasciste, i due diciottenni stavano conducendo indagini sul traffico di eroina e cocaina al Casoretto, a Città Studi e Lambrate, traffico che era gestito dalla malavita e da elementi dell’estrema destra milanese. Dopo la loro morte vennero trafugati i nastri su cui avevano inciso le interviste raccolte nel quartiere che contenevano indicazioni sui nomi degli spacciatori. Non saranno mai trovati i colpevoli ma ma un nome che aleggia dietro la morte di Fausto e Iaio è quello dei della Brigata Anseli dei NAR, gruppo che rivendica gli omicidi e gruppo dove milita Massimo Carminati.

Il mondo di mezzo è il suo nuovo Regno lui che ha attraversato indenne il vecchio mondo è pronto a entrare nella nuova era, la sentenza che lo rende innocente è per lui un punto di svolta e in questo momento che c’è l’evoluzione del personaggio.

TEORIA DEL MONDO DI MEZZO

Carminati: è la teoria del mondo di mezzo compà. ….ci stanno… come si dice… i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo

Brugia: embhè.. certo..

Carminati: e allora….e allora vuol dire che ci sta un mondo.. un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e dici cazzo come è possibile che quello…

Guarnera: …(inc.)…

Carminati: come è possibile che ne so che un domani io posso stare a cena con Berlusconi..

Brugia: certo… certo…

Carminati: cazzo è impossibile.. capito come idea?. . .è quella che il mondo di mezzo è quello invece dove tutto si incontra. . cioè.. hai capito?… allora le persone.. le persone di un certo tipo… di qualunque

Guarnera: …(inc.)…

Carminati: di qualunque cosa… .si incontrano tutti là. . .

Brugia: di qualunque ceto. .

Carminati: bravo…si incontrano tutti là no?.. tu stai lì…ma non per una questione di ceto… per una questione di merito, no? …allora nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno. .

Brugia: certo..

Il vero colpo della sua vita Carminati lo ha messo a segno con quell’unico occhio buono con il quale però vede lunghissimo. La storia di un colpo che ha davvero dell’incredibile, a Roma sono state svuotate quasi 200 cassette di sicurezza nella banca che si trova all’interno del palazzo di giustizia. La banca che si credeva fosse quella più sicura d’Italia, con la camera blindata nei sotterranei di uno dei luoghi più sorvegliati di Roma e invece, con un colpo che ha dell’incredibile, una banda di cassettari, una specialità della mala Romana, ha scassinato e svaligiato 148 cassette di sicurezza nella filiale della banca di Roma del Palazzo di Giustizia di Piazzale Clodio.

Lirio Abbate

I cassettari, in gergo da vecchia malavita, sono ladri specializzati in cassette di sicurezza, non usano armi ed entrano negli istituti di credito di solito nel weekend, per avere più tempo per lavorare, usando chiavi false basisti e tunnel sotterranei. Massimo Carminati però non era un cassettaro ma le cassette di sicurezza della banca di Roma di Piazzale Clodio gli interessavano e, secondo il giornalista Lirio Abbate, per le carte che contenevano e non per i soldi. Forse per questo dopo aver forato la porta blindata del caveau, secondo la ricostruzione, Carminati avrebbe indicato alla banda, quali cassette forzare. Solo quelle piccole con una speciale attrezzatura che attraverso una sorta di pompa idraulica riesce ad aprirne quattro per volta.

Carminati come Pecorelli? il potere Romano, come tutto quello che si dipana nelle capitali del mondo, è fatto anche di strumenti di ricatto. Il furto nel caveau dell’agenzia 91 della banca di Roma, il 17 luglio del 1999, per la qualità delle vittime, decine di altri magistrati, avvocati, cancellieri, consulenti, professionisti e imprenditori, è per il potere di ricatto che ne deriva Massimo Carminati, indubbiamente il più sensazionale colpo della storia italiana. Carminati lascia il bottino in denaro ai complici e tiene per sé le cassette di sicurezza che come si immagina, non custodiscono solo gioielli, ma anche pacchi di denaro nero, documenti e fotografie. Tra le cassette visitate, su alcune delle quali si è favoleggiato, su altre di cui si è sempre taciuto, inducono il sospetto, che non è chiaramente certezza o prova, che in quelle cassette potessero essere conservati anche dei segreti. Tra i clienti di quella banca ci sono decine di magistrati, avvocati e dipendenti del tribunale ma l’elenco completo dei derubati non è mai stato reso pubblico. Nel 2016 però l’Espresso svela l’identità di gran parte delle 134 persone derubate, da una parte giudici onestissimi, rigorosi, preparati e spesso con ruoli di vertice nelle corti e nei ministeri insieme a grandi avvocati impegnati anche come difensori di parti civili in processi per mafia o terrorismo nero (compresi i casi in cui era imputato lo stesso Carminati), dall’altra magistrati e legali con un passato imbarazzante, in qualche caso addirittura arrestati e condannati per corruzione. La toga più famosa è il titolare della cassetta svaligiata numero 720: Domenico Sica, magistrato e prefetto, morto nel 2014, senza che nessuno pubblicamente lo avesse mai segnalato come vittima di Massimo Carminati. E’ stato lui ad occuparsi, tra l’altro, dell’omicidio Pecorelli, del caso Moro, dell’attentato al papa e della scomparsa di Emanuela Orlandi.

Tra i derubati c’è anche Guido Calvi, avvocato di processi scottanti, che ancora oggi si fa una domanda:  “sono rimasto abbastanza sorpreso che avessero aperto anche la mia cassetta, perchè in realtà in quella cassetta c’erano soltanto delle penne che mi avevano regalato e alcuni gioielli di famiglia di mia moglie. Capisco bene le ragioni con cui hanno fatto una selezione di quelle cassette, secondo me c’era una criminalità comune interessata a prelevare oggetti preziosi ma sicuramente, l’intento di chi ha organizzato il colpo era quello di trovare documenti riservati, segreti la cui conoscenza avrebbe potuto essere utilizzata per altri fini. Ma perchè c’erano anche esponenti delle Forze dell’Ordine che hanno partecipato a questa operazione? evidentemente c’era un interesse che andava al di là della  materialità degli oggetti rubati, c’era qualche cosa di più e di rilevante altrimenti sennò non si faceva”.

Mentre Carminati era in carcere per mafia capitaleMaurizio Abbatino, il vecchio pentito della banda della Magliana, teme per la sua vita: è sicuro che il cecato lo farà ammazzare. “Carminati era freddo lucido, il più freddo e lucido di noi, quello con più potere d’attrazione. Ad ogni assoluzione il potere di Carminati è cresciuto, ha avuto la fortuna di godere di protezioni dall’alto, di essere imputato dell’omicidio di Mino Pecorelli insieme ad Andreotti…   tutti sapevano, tutti, non c’era più sangue come allora, come ai tempi cui la banda crebbe ma un altro tipo di potere è tutto nelle mani di Carminati e dei suoi. Non ho le prove che Carminati uccise Pecorelli ma ho elementi che mi fanno pensare che fosse lui, non è un mistero che quell’omicidio nacque nel nostro ambiente, nella banda della Magliana, ordinato da altri, noi lo eseguimmo…

Nella nuova vita di Carminati ci sono vecchi amici e nuovi alleati, tra gli amici c’è Riccardo Brugia che per Massimo è pronto a tutto, un sentimento reciproco a giudicare dalle dichiarazioni in tribunale e soprattutto Salvatore Buzzi, una conoscenza fatta in carcere a Rebibbia.

Salvatore Buzzi, di nascita modesta, comincia ad accumulare soldi spacciando assegni contraffatti della banca dove lavora che un complice si occupa di incassare. Quando il complice però prova a ricattarlo Buzzi lo uccide a coltellate. Condannato a 30 anni si laurea in carcere in Lettere e Filosofia con il massimo dei voti e dopo 10 anni, ormai detenuto modello, viene graziato dall’allora presidente Scalfaro e mette i piedi la Cooperativa 29 giugno. In apparenza la cooperativa si occupa di reinserimento sociale, di immigrati, di lavori vari e Buzzi diventa un riferimento per tutte le giunte romane. Peccato che quando parte l’inchiesta di mafia capitale si scopre che, secondo l’accusa, Buzzi avrebbe usato la cooperativa per distrarre ingenti quantità di denaro a suo beneficio. In un’intercettazione eseguita dal Ros dei Carabinieri per conto della procura di Roma, Buzzi si rivolge così a Pierina Chiaravalle sua collaboratrice: “Tu hai idea di quanto si guadagna sugli immigrati? il traffico di droga rende meno.

Un altro nuovo amico di Carminati è Riccardo Mancini, laureato honoris causa in ingegneria meccanica all’università Pro Deo, università che fa un po’ pensare a quella di Tirana dove si era iscritto il trota, il figlio di Bossi. Mancini, fedelissimo dell’ex sindaco Gianni Alemanno e con lui in prima linea nel fronte della gioventù, aveva finanziato la sua campagna elettorale. Tra i tanti ruoli ricoperti è stato amministratore delegato di Eur Spa, una delle più importanti società partecipate del comune di Roma, un’attività frenetica la sua, cariche, denari e progetti tutto però bloccati nel 2011 con l’inchiesta del PM Paolo Ielo per una presunta mazzetta da 600.000 euro versata da Breda Menarini Bus, del gruppo Finmeccanica, per aggiudicarsi la fornitura di 45 filobus al Comune di Roma. Filobus poi acquistati e mai utilizzati.

Carminati dunque cambia a secondo dei tempi in cui vive, adesso, nel nuovo millennio non più magliana ne Eur, ora si muove a Roma Nord, il suo quartiere è Vigna Clara, e da lì parla solo da vecchie cabine telefoniche a scheda. Conserva qualcosa di antico Carminati ma ormai il paesaggio attorno a lui è del tutto nuovo, guida una Smart e la benda sull’occhio non è più nera ma bianca. Di nero però sono rimasti gli affari che fa con personaggi più o meno scuri, come lui. Carminati ha un pregio, si adatta ai tempi: terrorista nei tempi del terrorismo, alleato della banda della Magliana quando comandava Roma, coinvolto nel calcioscommesse nel 2012 e presunto capo della Cupola di mafia capitale. Una capacità di adattamento fuori dal comune ma che mantiene lo stesso stile, quello dell’ormai famoso mondo di mezzo. Carminati al centro di una rete di rapporti dove la sua fama è sufficiente per incutere rispetto e devozione. Da una parte i rapporti con l’AMA ed esponenti del comune di Roma, dall’altra quelli con le batterie criminali, affari con la Ndrangheta del clan Mancuso col traffico di droga e quando comincia ad intensificarsi l’arrivo di migranti, ecco che  Carminati, secondo la condanna in primo grado, si allea con Salvatore Buzzi per ricavarne il più possibile. Al centro la gestione dei centri governativi per i richiedenti asilo conquistati a suon di ribassi. Il primo ad entrare nel mirino dei magistrati è il Cara di Mineo dove il numero degli immigrati viene gonfiato così come le spese per il vitto l’alloggio. Al centro dell’indagine Luca Odevaine, che faceva parte del tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale: un tavolo molto importante. Odevaine secondo i magistrati era a libro paga di Massimo Carminati perché è capace di indirizzare l’assegnazione dei migranti del Cara di Mineo in altri centri di accoglienza di imprenditori amici. Il mondo di mezzo faceva i soldi sulla pelle dei disgraziati.

Franco Panzironi, accusato di mafia, ha trascorso due anni e 7 mesi dietro le sbarre ed è uscito dal carcere a luglio. Ex amministratore delegato di AMA, l’azienda municipalizzata di Roma, è stato condannato nel processo mafia capitale a 10 anni di reclusione. Gli sono stati contestati 300.000 euro di tangenti ricevute da Buzzi. Nel 2011 era finito nel registro degli indagati per l’affaire parentopoli che riguardava circa 841 assunzioni sospette nei ranghi della municipalizzata dei rifiuti, assunzioni avvenute tra il 2008 e il 2009 che nella maggioranza dei casi riguardavano persone del tutto prive delle specializzazioni richieste o del titolo di studio idoneo per l’incarico.

Carlo Pucci era invece una sorta di appendice di Riccardo Mancini, è un ex ristoratore che con l’arrivo dell’amico Mancini a Eur Spa, diventa, prima direttore commerciale e valorizzazioni immobiliari dell’ente Eur Spa e dal 24 ottobre 2014, direttore progetti speciali e servizi interni. Secondo gli inquirenti, in compagnia di PanzironiPucci fornisce uno stabile contributo per l’aggiudicazione di appalti pubblici per lo sblocco di pagamenti in favore delle imprese all’associazione. C’è un’intercettazione in cui Carminati lo chiama preoccupato perchè Mancini è sotto indagine e teme che potrebbe parlare: “ce la fà, ce la fà tenersi il cecio in culo?”.

Tutte le indagini partono da qualcosa che mette la pulce nell’orecchio gli inquirenti, quella su mafia capitale, partiti da una soffiata sulla casa dove Massimo Carminati viveva a Sacrofano in origine appartenuta a Marco Iannilli commercialista già arrestato per false fatturazioni e divenuto proprietario di un’azienda digitale nell’orbita di Finmeccanica, la Digint. La villa rappresentava il prezzo della protezione dalle minacce rivolte a Marco Iannilli da Gennaro Mokbel, il famoso avvocato connesso con la Banda della Magliana che voleva restituiti gli otto milioni di euro investiti nella Digint. Da quelle prime intercettazioni si verranno a scoprire i legami tra Carminati e l’imprenditore Agostino Gaglianone, vale a dire il committente di Salvatore Buzzi nei lavori del campo nomadi di Tor de’ Cenci nel settembre del 2012.

Una sottile disquisizione para filosofica è quella di Carminati sul mondo di mezzo che ha dato nome all’indagine dei ROS: “ci sono i vivi sopra e i morti sotto e noi in mezzo, c’è un mondo in cui tutti si incontrano. Il mondo di mezzo è quello dove è anche possibile che io mi trovi a cena con Berlusconi…” Ci sono però anche i sonori della polizia e dei carabinieri che registrano i momenti cruciali di tutte le loro operazioni, è il 3 dicembre del 2014 il momento della cattura del cecato:

Quello che succederà dopo è una storia processuale e non è ancora finita.

Il 20 luglio 2017 nella sentenza di primo grado emessa dalla 10ª sezione del Tribunale penale di Roma, viene derubricata l’associazione a delinquere di stampo mafioso in associazione semplice e confermate le accuse di corruzione, turbativa d’asta. Massimo Carminati è stato tolto dal regime di carcere duro (41 bis) riservato ai detenuti mafiosi e al quale era sottoposto dal dicembre del 2014. Il tribunale di Roma infligge comunque pesanti condanne ai principali imputati.

Massimo Carminati, 20 anni di reclusione.

Franco Panzironi già condannato in primo grado a 5 anni e 3 mesi di galera, per l’assunzione di persone imparentate nella società da lui gestita, chiamata Parentopoli, è stato condannato a due anni di galera.

Salvatore Buzzi è stato condannato a 19 anni di reclusione dal tribunale ordinario di Roma per associazione a delinquere.

Mirko Coratti è stato condannato a 6 anni di galera e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici

Andrea Tassone, ex presidente del municipio di Ostia, condannato a 5 anni di galera.

Giordano Tredicine, ex consigliere comunale è stato condannato a 3 anni di galera.

Luca Odevaine è stato condannato a 6 anni e 6 mesi di galera, (8 con la continuazione).

Riccardo Brugia, condannato a 11 anni di galera, ottiene gli arresti domiciliari.

Gianni Alemanno, uscito dal processo di mafia capitale, il 25 febbraio 2019 viene condannato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti a 6 anni di galera. L’ex sindaco è stato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e sono stati anche confiscati 298.000 euro. Il giudice penale ha altresì condannato Gianni Alemanno a risarcire il danno cagionato sia ad Ama che a Roma Capitale, da liquidarsi in sede civile, fissando una provvisionale di 50.000 euro a favore di entrambi gli enti danneggiati.

Mafia-capitale-SENTENZA primo grado

Mafia-capitale-SENTENZA secondo grado

IL PROCESSO D’APPELLO

Il 6 marzo 2018 inizia il processo d’appello. I PM sostengono ancora che si tratti di un’associazione di stampo mafioso, chiedendo la detenzione a 25 anni per Buzzi e 26 anni per Carminati, e il ripristino dell’articolo 416 bis. L’11 settembre 2018 la terza sezione della Corte d’Appello di Roma ripristina il disposto dell’art. 416 bis c.p., riconoscendo la sussistenza del “metodo mafioso“, sebbene riduca le condanne di Buzzi e Carminati a 18 anni e 4 mesi per il primo e a 14 anni e sei mesi per il secondo.

I giudici riconoscono associazione a delinquere di stampo mafioso, aggravante mafiosa o il concorso esterno, a vario titolo, per altri 16 imputati: per Claudio Bolla condannato a 4 anni e 5 mesi, Riccardo Brugia 11 anni e 4 mesi, Emanuela Bugitti 3 anni e 8 mesi, Claudio Caldarelli 9 anni e 4 mesi, Matteo Calvio 10 anni e 4 mesi. Condannati, tra gli altri, anche Paolo Di Ninno 6 anni e 3 mesi, Agostino Gaglianone 4 anni e 10 mesi, Alessandra Garrone 6 anni e 6 mesi, Luca Gramazio 8 anni e 8 mesi, Carlo Maria Guarani 4 anni e 10 mesi, Giovanni Lacopo 5 anni e 4 mesi (deceduto), Roberto Lacopo 8 anni, Michele Nacamulli 3 anni e 11 mesi, Franco Panzironi 8 anni e 7 mesi, Carlo Pucci 7 anni e 8 mesi e Fabrizio Franco Testa 9 anni e 4 mesi, Mirko Coratti 4 anni e 6 mesi, Andrea Tassone 5 anni.

LA CASSAZIONE

Il 22 ottobre 2019 la Corte suprema di cassazione annulla l’aggravante mafiosa a carico degli imputati, rilevando la presenza di due distinte associazioni “semplici“: quella di Salvatore Buzzi e quella di Massimo Carminati. Delibera inoltre la celebrazione di un nuovo processo d’appello per ricalcolare le pene per Buzzi, Carminati, Luca Gramazio e i principali imputati del processo al mondo di mezzo avendo riqualificato l’accusa in associazione a delinquere “semplice“.

Ci saranno da ridefinire le pene di 24 dei 32 condannati. Per gli altri 8 le sentenze sono definitive. Si tratta di Mirko Coratti (4 anni e 6 mesi), Giordano Tredicine (2 anni e 6 mesi), Franco Figurelli (4 anni), Marco Placidi (5 anni), Andrea Tassone (5 anni), Guido Magrini (3 anni), Mario Schina (4 anni) e Claudio Turella (6 anni).

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Archiviate (anche) le indagini al Cimitero Teutonico.

Le ossa al cimitero Teutonico risalgono a più di cento anni fa. Con questa motivazione il Giudice Unico dello Stato della Città del Vaticano ha archiviato le indagini sui frammenti ossei rinvenuti nei sotterranei del Cimitero Teutonico Vaticano l’estate scorsa, quando, a seguito di una segnalazione sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la famiglia chiese che venissero esaminati i resti sepolti. Pietro Orlandi: “Non ci fermiamo”.

“Il procedimento relativo alla presunta sepoltura in Vaticano presso il cimitero Teutonico, dei resti di Emanuela Orlandi – si legge nel comunicato della Santa Sede – è stato archiviato dal Giudice Unico dello Stato della Città del Vaticano, che ha integralmente accolto la richiesta dell’Ufficio del Promotore di Giustizia”. Lo stesso comunicato spiega che i frammenti rinvenuti sono databili ad epoca anteriore alla scomparsa della povera Emanuela: i più recenti risalirebbero ad almeno cento anni fa. Il provvedimento di archiviazione, tuttavia, lascia aperta alla famiglia Orlandi la possibilità di procedere, privatamente, ad eventuali ulteriori accertamenti su alcuni frammenti già repertati e custoditi, in contenitori sigillati, presso la Gendarmeria.

 

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Laura Sgrò

Siamo perplessi –  dice Laura Sgro, avvocato della famiglia Orlandi – gli accertamenti sulle ossa repertate, ben 26 sacchi, sono avvenuti l’estate scorsa e sono durati poco più di due giorni, non consecutivi. Si tratta di esami puramente visivi, che, a detta dei migliori consulenti in materia, non sono sufficienti a datare con precisione le ossa. Dunque, mi chiedo come si fa a dire che si tratta di ossa centenarie se queste non sono state esaminate? I test genetici e con Carbobio14 non sono stati effettuati e ora ci sentiamo dire che la famiglia è libera di procedere autonomamente con gli approfondimenti. Eppure il Vaticano conosce le condizioni economiche della famiglia Orlandi, come può pensare che da soli siano in grado di sostenere esami così costosi? Ovviamente non siamo soddisfatti e siamo molto perplessi rispetto al dichiarato spirito di collaborazione della Santa Sede. Ci domandiamo, ad esempio, perché non abbiamo risposto a tutte le altre richieste presentate? Parlo della domanda di ascoltare alcuni cardinali, della richiesta di chiarezza rispetto alla telefonata arrivata in sala stampa, tutte questioni che non sono state sciolte. In più ci interroghiamo sul tempismo di questa archiviazione, giunta in un momento storico in cui non possiamo muoverci liberamente”.

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Il fascicolo sulle ossa al Cimitero Teutonico

A dare il via alle indagini nello storico cimitero della Chiesa era stata una segnalazione, ritenuta credibile, giunta alla famiglia Orlandi l’estate scorsa. Assistito dal suo avvocato, Pietro Orlandi aveva chiesto l’accesso a due tombe ubicate all’interno del Cimitero Teutonico, aperte a luglio di un anno fa e risultato misteriosamente vuote. Contestualmente, però, in un sotterraneo all’interno del complesso cimiteriale, vennero recuperate delle ossa il cui esame venne autorizzato e affidato al professor Giovanni Arcudi, Perito di Ufficio, alla presenza dei consulenti della famiglia Orlandi. Dall’esame di cui quei frammenti ossei il patologo avrebbe concluso che si tratta di ossa centenarie, quindi risalenti a un’epoca precedente a quella della scomparsa della quindicenne Emanuela Orlandi. Di qui la richiesta di archiviazione, che però non chiude l’intricata vicenda di Emanuela. Suo fratello Pietro Orlandi, infatti, ha sempre sostenuto che non avrebbe mai smesso di cercare la verità sulla scomparsa di sua sorella.

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L’appello di Pietro: “Papa rompa il silenzio”

Appello al Papa: “rompa il silenzio”.

Sit in a piazza del Sant’Uffizio per Emanuela Orlandi, scomparsa il 22 giugno 1983. Presenti numerosi amici, i componenti del gruppo ufficiale Facebook fondato da Pietro Orlandi e l’avvocato Laura Sgrò.

Siamo qui per combattere questo silenzio – dice il fratello Pietro Orlandi davanti al Vaticano – Noi non ci arrendiamo, vogliamo arrivare alla verità“.

 

A oltre 36 anni dalla scomparsa di mia sorella non riesco a comprendere questo atteggiamento – sottolinea Pietro a quattro giorni dal cinquantaduesimo compleanno di Emanuela -, il silenzio del Vaticano non ha senso. Mi appello ancora a Papa Francesco per avere quelle risposte che non abbiamo avuto. Il Pontefice rompa il silenzio e prenda una posizione. Abbiamo presentato istanze su istanze ma sono cadute nel vuoto, sono su qualche tavolo a prendere polvere. E’ tutto incomprensibile ma non possiamo accettare passivamente questa ingiustizia e per questo siamo qui“. Al lato del Colonnato di piazza San Pietro amici e familiari di Emanuela hanno esposto diversi striscioni per chiedere verità e giustizia. “Il Buon Pastore cerca la pecorella scomparsa, non ostacola il suo ritrovamento“, si legge su un cartello con la foto di Papa Francesco. “Nessuno Stato né tantomeno la Chiesa possono giustificare la criminalità – riporta un altro striscione – Verità per Emanuela Orlandi“. E ancora: “Ponete fine all’omertà, verità e giustizia per Emanuela“.

Grazie a Valentina per il video

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Laura Sgrò al Papa: “Risponda a richiesta verità”

L’avvocato Laura Sgrò lancia l’ennesimo appello a Papa Francesco per “conoscere tutta la verità” sulla scomparsa di Emanuela Orlandi.

Oggi è il compleanno di Emanuela, il cinquantaduesimo, e io con la sua famiglia torniamo ad appellarci al Pontefice – dice all’Adnkronos l’avvocato Laura Sgrò – Sono trascorsi mesi di silenzio assoluto, un muro di gomma contro cui si è scontrata ogni nostra richiesta: istanze legittime da parte di una famiglia che da più di 36 anni aspetta di conoscere quello che è successo”.

Il legale chiede ora “un’operazione di trasparenza totale dopo il rammarico per un silenzio che continua nel tempo”. E sabato a piazza del Sant’Uffizio Pietro Orlandi ha organizzato un sit in dalle 17 per sua sorella.

In questi mesi abbiamo sentito parlare il Vaticano di indagini finanziarie, si parla – dice Sgrò – di soldi e non di persone: Emanuela è una persona, una ragazza scomparsa a 15 anni, una cittadina vaticana che manca da 36 anni e che dovrebbe avere la precedenza assoluta su tutto. Io ho scritto di recente una lettera al Pontefice – prosegue Sgrò – ma non c’e’ stata risposta. E oggi, come allora, torno a chiedere al Papa gli atti contenuti nel fascicolo che sarebbe detenuto dalla Segreteria di Stato e su cui non abbiamo mai avuto risposta. Non si possono aprire gli archivi su Pio XII e non dare risposte alle nostre richieste. E’ un atto, prima che di giustizia, di pietà cristiana’”.

Non abbiamo avuto nessun risposta – spiega Laura Sgrò – anche alla nostra richiesta di esaminare in maniera approfondita le ossa che sono state selezionate nel cimitero Teutonico in seguito all’apertura delle tombe. E da luglio ad ora sono passati sei mesi”.

Nessuna risposta “nemmeno – spiega il legale della famiglia Orlandi – sul fronte della nostra istanza di sentire i cardinali presenti in Vaticano all’epoca, tutti in età avanzata. Non abbiamo avuto riscontro nemmeno sulle ulteriori richieste investigative che abbiamo fatto sulla telefonata di cui ha parlato Viganò”. Si tratta della telefonata arrivata alla Sala stampa Vaticana la sera della scomparsa della 15enne cittadina vaticana e svelata da monsignor Carlo Maria Viganò in un’intervista sul sito di Aldo Maria Valli. Viganò lavorava nella segreteria di Stato Vaticana all’epoca della scomparsa di Emanuela.

Laura Sgrò e Pietro Orlandi

Quella sera Viganò racconta che con lui c’era il cardinale Sandri e in relazione a questo io ho scritto proprio al cardinale chiedendo lumi sulla vicenda. Tenuto conto della gravità dei fatti narrati e delle possibili ripercussioni ho ritenuto di dover chiedere direttamente a Sandri di confermare o smentire le affermazioni di Viganò chiedendogli di collaborare alla ricerca di verità su Emanuela – dice Laura Sgrò che sulla scomparsa sta svolgendo indagini difensive- Ma dal 3 dicembre quando ho inviato la lettera non ho mai avuto una risposta da un cardinale che in questo momento ha un ruolo apicale in Vaticano. Silenzio assoluto anche su questo fronte”.

di Assunta Cassiano Copyright Adnkronos

 

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Laura Sgrò: Viva o morta, deve tornare a casa

Laura Sgrò a Papa Francesco: «Santità, ci dia accesso al fascicolo segreto su di lei». L’appello della famiglia  di Emanuela Orlandi: «Viva o morta, deve tornare a casa»

 

Il testo della lettera che il legale della famiglia Orlandi, Laura Sgrò ha fatto pervenire a Papa Francesco:

«Santità, Lei certamente segue con sguardo misericordioso la tragedia di Emanuela Orlandi, scomparsa il 22 giugno 1983, e di cui nulla è dato sapere alla madre e ai suoi fratelli, caricandoli di un dolore che non trova pace. Il padre di Emanuela, Ercole, se n’è andato senza sapere; la madre Maria, anziana e malata, si aggrappa alla vita perché aspetta ancora la sua amata figlia.

Viva o morta, Emanuela deve tornare a casa.

La famiglia mi ha incaricata di sostenere legalmente la loro ricerca della verità e per questo Le chiedo un atto di carità e di giustizia sovrana, non avendo trovato nei livelli ordinari la necessaria e aperta collaborazione che si auspicava. Testimonianze recenti e investigazioni difensive hanno fornito la certezza dell’esistenza di un fascicolo segreto sul sequestro di Emanuela, che riferiscono di attività precise e strutturate volte a ricostruire quanto è accaduto. Vi è documentazione su Emanuela, custodita nell’archivio segreto dalla Segreteria di Stato e mai condivisa. L’accesso della famiglia a questi documenti mi viene ripetutamente negato da anni. Il silenzio ha prima avvolto la mia richiesta e poi l’ha inghiottita.

Laura Sgrò

Mi sono decisa, allora, a questo passo pubblico, spinta anche dall’immagine possente rappresentata da Sua Santità in una Sua recente omelia: il Cristo che consola la vedova di Naim che ha perso il figlio adolescente e le dice: «Donna, non piangere!». Ho ritrovato nelle Sue parole Maria Pezzano Orlandi: «Il Signore fu preso da grande compassione» vedendo quella madre sola, distrutta dal dolore.

Compassione e giustizia. Questa tragedia le esige. Eppure uomini di alte responsabilità mi hanno lasciato intendere fosse meglio fermarmi, in qualche modo consegnandomi, come cattolica, alla necessità di evitare scandali. Ma sono fermamente convinta che vi sono momenti in cui l’esigenza di Verità è così forte che nulla può fermarla. Pertanto è una questione di amore, di giustizia e di diritto chiedere a Sua Santità di intervenire.

Santità, Lei di recente, non temendo la storia, con animo sereno e fiducioso ha autorizzato l’apertura degli Archivi Vaticani per il Pontificato di Pio XII, che, come Lei stesso ha detto, «si trovò a condurre la Barca di Pietro in un momento fra i più tristi e bui del secolo Ventesimo». Anche la scomparsa di Emanuela rappresenta un momento triste e buio del secolo scorso. Adesso, però, sono le Sue mani ferme e misericordiose a guidare la Barca di Pietro. La conduca verso quella Verità che, come ci ha insegnato Nostro Signore, rende liberi».

di Laura Sgrò, legale della famiglia